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“Belt & Road Initiative”: la nuova via della seta.

“Belt & Road Initiative”: la nuova via della seta.

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La “Belt & Road Initiative” è un progetto strategico che fa capo a Pechino, nato con l’obiettivo di stringere accordi con i singoli Stati e con le loro aziende. Ovviamente, l’accostamento all’antica Via della Seta è scontato ma, la relazione piuttosto che fisica e infrastrutturale, è sia commerciale che industriale. Per quanto riguarda gli accordi, si estendono a più settori, dalla tecnologia all’agricoltura per arrivare alla cultura e ai media. La vastità del Piano è esponenziale, tanto da poter generare ripercussioni economiche e geopolitiche. Costruire una nuova via della seta con l’Europa, comporta l’ovvia incentivazione dei Paesi dell’Unione Europea a volgere lo sguardo verso Oriente, compromettendo lo storico legame atlantico. Infatti, questa manovra altro non è che, la conferma che, la Cina sia in netta competizione con gli Stati Uniti per la conquista della leadership mondiale.

Memorandum de’ la “Belt & Road Initiative”.

L’Italia nel 2019, è stato il primo Paese dell’Unione Europea a firmare un accordo a supporto della “Belt & Road Initiative”. Trattandosi di un memorandum, è soggetto a nuovi incontri e intese. Il memorandum includeva 29 accordi, dieci fra aziende private italiane e cinesi e 19 istituzionali, il valore totale è di 7 miliardi. Draghi, riguardo il Memorandum siglato da Conte e Xi Jinping, ha rilasciato un commento: “lo esamineremo con attenzione “. “Pechino è un’autocrazia che non aderisce alle regole multilaterali”. In sostanza Draghi, nella conferenza stampa a seguito del G7, non esclude la rivisitazione di quegli accordi. Del resto, il memorandum siglato nel 2019, “non è stato mai menzionato, nessun accenno” durante il G7, assicura il presidente del Consiglio. Il governo intanto, ha già esercitato il ‘golden power’ per impedire la vendita del 70% di un’impresa italiana a una società cinese.

Mario Draghi

Joe Biden sfida Pechino e la “Belt & Road Initiative”.Nuova via della Seta.

La sfida a Pechino, voluta dal presidente statunitense Joe Biden e condivisa con tono più moderato dagli altri 6 paesi occidentali del G7, è mossa dalla Cornovaglia. Dalla stessa s’innesca anche la sfida alla Nuova via della Seta, con un ricco programma infrastrutturale alternativo a quello cinese. L’iniziativa americana si chiamerà ‘Build Back Better World (B3W)’, rappresenta una batosta per Pechino. In realtà, è una contromanovra dell’America nell’ambito della competizione economica con la Cina, avente l’appoggio di Italia, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito e Canada.

Pechino

Altre dichiarazioni del Presidente del CDM “Draghi” in conferenza stampa del G7.

“Sulla Cina si è scritto tanto della nostra posizione – dice Draghi richiamando le indiscrezioni che lo descrivevano ‘freddo’, assieme alla cancelliera Angela Merkel e ai vertici Ue, sull’accelerazione impressa dagli States contro Pechino – si è parlato di divisioni ma io credo che il comunicato rifletta la posizione non nostra ma quella di tutti, in particolare rispetto alla Cina e alle altre autocrazie”. Del resto, aggiunge Draghi: “il comunicato finale riflette perfettamente la nostra posizione sulla Cina, che deve essere fondato su tre principi: cooperazione, competizione, franchezza”.

Prosegue l’intervista Draghi al G7.

“Nessuno disputa il fatto che la Cina abbia diritto ad essere una grande economia come le altre – dice ancora il premier – Quello che è stato messo in discussione sono i modi che utilizza, anche con le detenzioni coercitive. E’ un’autocrazia che non aderisce alle regole multilaterali, non condivide la stessa visione del mondo delle democrazie”. A Biden l’Italia riconosce di aver ” voluto ricostruire quelle che sono le alleanze tradizionali degli Stati Uniti dopo il periodo di Trump, in cui queste alleanze sono state seriamente incrinate”.

Progetti infrastrutturali “Belt & Road Initiative” realizzati dalla Cina.

I progetti infrastrutturali che la Cina ha promosso negli anni scorsi, hanno prodotto debiti per 385 miliardi di dollari per i paesi coinvolti. Per di più il 35% delle iniziative BRI, le Nuove Vie della Seta che Xi Jinping ha annunciato nel 2013, è inciampato in una serie di scandali. Tutti legati all’ambito della corruzione, violazione delle normative sul lavoro, rischi ambientali e proteste pubbliche. Da uno studio di AidData che, fa riferimento al periodo 2000-2017, si conta che, la Cina ha progettato 13.427 progetti infrastrutturali in 165 Paesi. L’investimento complessivo è di oltre 840 miliardi di dollari. Il passivo legato alle opere realizzate da Pechino (strade, ponti, porti, edifici pubblici) grava particolarmente su 42 paesi a reddito medio e basso. Questi hanno maturato debiti verso la Cina, superiori al 10% del loro Pil.

Pakistan 27,3 miliardi di dollari in infrastrutture in corso di realizzazione.

Dalla mappa della BRI a livello globale, emerge che, il paese che ha più progetti in corso di realizzazione è la Cambogia (82 opere) ma, a livello di valore totale, vince il Pakistan (con 27,3 miliardi di dollari di infrastrutture in corso di realizzazione), seguito da Indonesia (20,3 miliardi) e Kazakistan (12,1 miliardi). Ancora, il Pakistan sta a capo della classifica dei Paesi con il numero maggiore di opere finite sotto i riflettori per scandali. Alleato di Pechino, il Pakistan rappresenta un pilastro della BRI, che porta il nome di China-Pakistan-Economic-Corridor (CPEC). Iniziativa che, nel porto di Gwadar, ha un hub logistico della regione centro-meridionale del Belucistan, uno degli snodi principali.

Attentati contro i progetti della Repubblica Popolare Cinese.

Questa vetrina ha però fatto si che, i progetti sponsorizzati dalla Repubblica Popolare Cinese diventassero i bersagli per il movimento separatista capeggiato dall’Esercito di Liberazione del Belucistan. Si sono infatti, verificati attentati che si manifestano a ritmo regolare. Come quello in cui un autobus è stato fatto esplodere, uccidendo anche nove lavoratori cinesi impegnati nella realizzazione di una diga. Il sentimento anticinese in Kazakistan, viaggia in parallelo all’avversione sorta dal trattamento riservato dalla Cina agli Uiguri dello Xinjiang, quasi tutti di etnia kazaca. La paura della popolazione, è di diventare un terreno di conquista per gli imprenditori cinesi.

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