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Cambiamento climatico
Va avanti Giudizio Universale, la causa allo Stato per inazione climatica

Va avanti Giudizio Universale, la causa allo Stato per inazione climatica

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Prosegue Giudizio Universale, il processo contro lo Stato italiano per inazione climatica promosso da centinaia di organizzazioni, cittadine e cittadini che hanno intentato causa alle istituzioni per l’inadeguatezza delle misure italiane in campo climatico. Ieri a Roma c’è stato il dibattito della seconda udienza. Per la prima volta le parti si sono potute incontrare in sede della Corte civile di Roma e hanno potuto conoscere di persona la giudice. Sul banco degli imputati appunto lo Stato italiano difeso e rappresentato dall’avvocatura di Stato.

La causa si svolge sulla scia delle climate litigation vinte in Paesi della Unione Europea e che hanno condannato i rispettivi stati ad adottare misure adeguate per far fronte all’emergenza climatica. Un processo che segna senza dubbio un precedente nel nostro paese. Tanto più che in Italia, a differenza di altri paesi europei, non esiste una legge climatica. Non esiste ancora uno strumento vincolante che stabilisca quale debba essere l’azione di contrasto al cambiamento climatico e quali siano i vincoli per la riduzione delle emissioni di CO2 in atmosfera. Ma come e quando è nato questo processo?

Come è nato Giudizio Universale

Giudizio Universale è nato da un’iniziativa del 2019 come campagna nazionale di mobilitazione e di informazione per spingere le istituzioni a fare di più nella lotta ai cambiamenti climatici. Diventata vera e propria azione legale, da allora ha coinvolto più di 100 realtà di diverso tipo. Hanno partecipato movimenti come Fridays For Future, il Movimento Studentesco, la Rete della Conoscenza, organizzazioni sociali e ecologiste come A Sud Onlus, prima firmataria della causa, come Terra, ma anche società scientifiche come la Società Meteorologica Italiana, Medici Per l’Ambiente e molte altre.

Un anno fa, il 5 giugno 2021, I promotori hanno depositato l’atto di citazione. Dal lancio dell’iniziativa sono passati tre anni non facili. A peggiorare la situazione, prima la pandemia e ora anche la guerra in Ucraina hanno silenziato l’emergenza climatica. Questo tempo tuttavia è stato utile per costruire la giusta strategia legale, dato che le cause legali climatiche sono innovative e hanno bisogno di particolare studio e preparazione con l’integrazione di dati scientifici. A questo fine, I promotori di Giudizio Universale hanno commissionato report scientifici di grande importanza a Climate Analytics, uno degli enti più accreditati e della massima autorevolezza a livello internazionale.

Marica Di Pierri, portavoce e membro del direttivo di A Sud Onlus, ha dichiarato a tal proposito:

La nostra impressione è che in questo primo anno di vicenda processuale lo Stato non abbia avuto alcuna intenzione di fornire delle evidenze scientifiche che argomentino le sue ragioni. Non si è neanche sforzato di confutare le argomentazioni di Giudizio Universale. L’impressione è che ci si fermi a rilievi di tipo formale la cui unica finalità è quella di evitare un processo. Questo momento tra l’altro è paradigmatico: oggi è il 21 giugno, il primo giorno dell’estate che si preannuncia la più calda della storia. C’è una crisi idrica grave che già sta producendo danni enormi non solo all’agricoltura. Noi riteniamo che ci sia necessità estrema e urgente di moltiplicare gli sforzi e le ambizioni”.

La seconda udienza di Giudizio Universale in nome dei diritti fondamentali

Gli avvocati Luca Saltalamacchia e Michele Carlucci sono le punte del team legale che porta avanti Giudizio Universale. Esperti di giustizia climatica, hanno raccontato di aver avuto la possibilità di intraprendere un’ampia discussione e di sottoporre alla giudice tutte le ragioni che sono alla base dell’azione legale. Si tratta di un’azione civile che non richiede un risarcimento. La richiesta alla giudice consiste invece nella condanna allo Stato italiano ad adottare finalmente misure adeguate per contrastare il riscaldamento globale.

I presupposti legali sono fondamentalmente due: da un lato l’urgenza dell’emergenza climatica, dall’altro l’incapacità dello Stato di fronteggiare questa emergenza. Nel corso del giudizio i legali hanno sottoposto alla giudice tutta una serie di documenti che comprovano sia la gravità dell’emergenza sia quanto lo Stato abbia predisposto misure inadeguate. Il tutto nel quadro della violazione di diritti umani fondamentali: Il diritto alla vita e il diritto a vivere in un ambiente salubre. L’azione legale si snoda nell’alveo della Costituzione italiana, imputando allo Stato di non garantire diritti e sicurezza ai propri cittadini.

La linea difensiva dell’Avvocatura di Stato

In risposta a questo, la controparte ha portato come argomentazione l’impossibilità che si vada davanti al giudice con un’azione legale come Giudizio Universale. La causa è stata definita una intromissione nella sfera insindacabile delle istituzioni e secondo la difesa potrebbe addirittura sovvertirne la tenuta. Tesi subito confutata dai legali di Giudizio Universale, sempre alla luce della Costituzione. Gli articoli della nostra carta costituzionale, infatti, riconoscono i cittadini come sovrani, non separati dallo stato. I cittadini sono titolari di diritti che meritano sempre e comunque tutela giudiziale, così come succede anche a livello europeo. Lo Stato italiano dunque deve assumere più responsabilità di fronte ad un destino comune segnato dalla crisi climatica.

Come seconda contestazione, l’Avvocatura di Stato si é appellata al fatto che non si può chiamare in causa le evidenze scientifiche nell’ambito del giudizio. La tesi è che finirebbero per “interferire con la sfera insindacabile della discrezionalità della politica”. Anche questa posizione non trova riscontro nella Costituzione e neanche nelle istituzioni europee. Oltretutto, in altre circostanze giuridiche la stessa Avvocatura di Stato ha argomentato persino davanti alla Corte Costituzionale quanto sia importante e necessaria una migliore scienza per evitare che le decisioni assunte dai poteri pubblici siano arbitrarie o comunque inefficaci per porre fine ad una situazione di pericolo per i cittadini. Michele Carlucci ha commentato così:

“Non possiamo accettare l’idea che agire di fronte a questa emergenza che riguarda l’umanità e quindi ciascuno di noi significhi contestare la democrazia. Sarebbe un paradosso che in nome della democrazia dobbiamo tutti accettare il peggio che verrà per la crisi climatica”.

Cosa succederà?

In seguito all’udienza di ieri, dopo aver raccolto informazioni e dati, la giudice si è riservata di valutare quanto prodotto come prova dai promotori di Giudizio Universale. Successivamente renderà noto come andrà avanti il processo e il giudizio. I legali nel frattempo hanno caldeggiato la nomina da parte della Corte di un esperto di clima. Questa figura imparziale valuterebbe se effettivamente le misure adottate dallo Stato siano efficaci o meno. Ferma restando ovviamente la validità e l’autorevolezza dei report scientifici prodotti.

Nel frattempo in tutta Italia ci sono state mobilitazioni con l’hashtag #COLPADISTATO. Continua inoltre la raccolta di adesioni a sostegno di Giudizio Universale che sono già oltre 20 mila. Tra queste le firme di moltissimi giovani, anche minori, che rivogliono indietro il loro futuro. I precedenti dei processi europei simili a Giudizio universale hanno dimostrato che l’inazione dello Stato nei confronti della crisi climatica crea una violazione dei diritti delle persone e soprattutto mette a repentaglio i diritti fondamentali delle nuove generazioni. “La giustizia climatica riguarda individui, comunità e stati ma riguarda anche equità tra le generazioni e noi siamo ben contenti di essere guardiani di questo diritto al futuro”, così ha concluso Marica Di Pierri.

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